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Anche Coinbase chiude la strada a Ripple

Continuano i problemi per XRP dopo la decisione della SEC

Come era facilmente immaginabile, per Ripple la strada si sta facendo sempre più stretta e tortuosa. Dopo la notificazione della causa elevata dalla Securities and Exchange Commission, le società del settore crittografico hanno iniziato a separare il loro destino da quello di XRP. Con conseguenze facilmente prevedibili, a livello di quotazione.
L’ultimo grande nome ad aver tagliato i ponti con la società diretta da Brad Garlinghouse è Coinbase. Almeno per ora, in quanto la frana sembra destinata a perdurare.

Ripple - Anche Coinbase chiude la strada a Ripple

La decisione di Coinbase

Coinbase ha deciso di sospendere le contrattazioni relative a XRP a partire dal 19 gennaio, alle 10. Una decisione del tutto logica alla luce di quello che sta accadendo.
In un primo momento si era sparsa la notizia della rimozione del token dalla piattaforma di scambio, rivelatasi però esagerata. In effetti coloro che detengono XRP nel loro portafogli avranno comunque accesso ai fondi. Anche se resta difficile capire perché mantenere un asset che prevedibilmente avrà una caduta notevolissima in termini di quotazione.

Coinbase è solo l’ultimo exchange a procedere contro XRP

Coinbase è solo l’ultima piattaforma di scambio ad aver deciso di muoversi per non restare sotto le macerie, dopo l’attacco della SEC a Ripple. In precedenza le contrattazioni di XRP erano infatti state sospese per gli utenti statunitensi da Bitstamp, Beaxy, CrossTower, OKCoin e OSL.
Si tratta a ben vedere di una precauzione del tutto normale, considerato come proseguire il commercio di XRP negli Stati Uniti esporrebbe gli exchange ad azioni di ritorsione da parte delle autorità di controllo dei mercati finanziari. Una eventualità tale da far tremare i polsi anche alle aziende più grandi. Le quali, non a caso, stanno scappando a gambe levate.

L’appello di Brad Garlinghouse sembra aver prodotto l’effetto contrario

Quanto sta accadendo va nella direzione opposta a quella indicata da Brad Garlinghouse. Il CEO di Ripple, infatti, aveva reagito con vero e proprio furore alla notizia della causa intentata dalla Securities and Exchange Commission. Chiamando in pratica alla crociata l’intero settore crittografico, che secondo lui era il vero destinatario dell’attacco.
Un atteggiamento improvvido, in quanto destinato a concentrare ancora di più il fuoco mediatico su Ripple. Peraltro in un momento in cui la quotazione del token continua a flettere con grande decisione. Come dimostra il -42% incassato dal momento in cui la SEC ha reso pubblica la sua intenzione di trascinare l’azienda in tribunale per aver violato le norme che regolano la vendita di titoli sul suolo statunitense.

La risposta del settore alle parole di Garlinghouse

L’aver deciso di dare una coloritura politica a quella che, in fondo, rimane una semplice questione giudiziaria, ha in effetti sortito effetti contrari a quelli attesi da Garlinghouse. Come dimostra il caso degli exchange, ma non solo, considerato come anche i fondi che investono in cripto stanno sganciandosi da XRP.
Anche perché proprio il mondo chiamato all’appello è in fondo sempre stato al minimo scettico su Ripple. Accusando la società di non aver mai portato nulla di innovativo al settore, come ha fatto ad esempio Samson Mow, CEO di Blockstream.
Un giudizio il quale si è andato a sommare alle tante critiche per la politica monetaria di Ripple, che continua a vendere token per stabilizzare la quotazione di XRP. Una politica simile a quella delle banche centrali la quale va in pratica ad infrangere il principio della decentralizzazione su cui si reggono le criptovalute.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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