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Bitcoin, il mining comporta eccessiva energia? Uno studio smentisce la tesi

Il report è stato pubblicato da ARK Investment Management

Quella del consumo eccessivo di energia necessario per il mining di Bitcoin è un tema dibattuto ormai da anni. La tesi prevalente è che, appunto, per l’estrazione dei blocchi sulla rete dell’icona crittografica sia necessario un consumo eccessivo di energia. Una tesi la quale, però, ormai da tempo viene messa in discussione da più parti. E che, stando ad un recente studio, sarebbe da equiparare ad una vera e propria leggenda metropolitana.

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Lo studio di ARK Investment management

Un recente studio di ARK Investment Management sembra destinato a spazzare il campo dalle tante imprecisioni che ormai da tempo accompagnano il mining di Bitcoin. Giudicato eccessivo da molti osservatori, i quali nel diffondere le loro tesi si appoggiano ai dati ufficiali. I quali, però, se estrapolati dal contesto e isolati, non vogliono dire assolutamente nulla.
Ad affermarlo è proprio il report di ARK Investment Management, il quale ha provveduto a confrontare l’attuale consumo energetico del mining di BTC con quello derivante dal processo di estrazione dell’oro, o necessario al funzionamento del sistema bancario tradizionale. In particolare, il consumo di energia necessario all’estrazione dei blocchi di Bitcoin si attesta alla metà di quello che caratterizza l’estrazione dell’oro. E addirittura ad un decimo di quello necessario per far funzionare il sistema bancario.

Il consumo di energia per il Bitcoin è alto, ma comporta vantaggi

Come dimostrato dallo studio di ARK Investment Management, quindi, il consumo di energia collegato al mining di Bitcoin è sicuramente elevato, ma molto meno rispetto ad altri settori.
Occorre poi sottolineare come proprio il livello elevato di consumi, contribuisce a rendere più sicura la blockchain della creazione di Satoshi Nakamoto. Chi intende attaccarla, ad esempio, magari per conseguirne il controllo e dare vita ad operazioni di doppia spesa (l’impiego di uno stesso token per due operazioni diverse) deve mettere in conto costi elevatissimi per poterlo fare. Chi intendesse operare un attacco 51% contro la rete di BTC, dovrebbe addirittura dare vita ad una spesa in termini di energia pari a oltre 700mila dollari. Un livello tale da rendere di conseguenza molto improbabile una eventualità del genere.

Una tesi di vecchia data cavalcata dagli haters di Bitcoin

Quella dell’eccessivo dispendio di energia per il mantenimento della blockchain di Bitcoin è una tesi di vecchia data. La quale viene ultimamente cavalcata anche dal mondo politico.
Come ha fatto ad esempio il nuovo segretario al Tesoro dell’amministrazione Biden, Janet Yellen, nel corso dell’audizione parlamentare che ha preceduto la conferma della sua nomina. Nel corso della quale ha sostenuto appunto come BTC rappresenti una notevole insidia per l’ambiente. Proprio a causa dell’eccessivo utilizzo di carbonio nei processi che lo riguardano.

Le tesi sull’eccessivo consumo di BTC sembrano ormai un controsenso

Una tesi la quale non tiene in conto il fatto che ormai da tempo siano allo studio metodi tesi a limitare l’impiego di fonti di energia fossili in favore di quelle rinnovabili. Ma che suona abbastanza strana ove pronunciata dalle istituzioni di un Paese, gli Stati Uniti, che nel corso degli ultimi decenni non ha praticamente fatto nulla per sollevare il pianeta dalle conseguenze di politiche produttive le quali non tengono in minimo conto le istanze degli ambientalisti. Tanto da spingere più di qualcuno a pensare che si tratti dell’ennesimo tentativo di sviare l’attenzione generale, indicando un nemico inesistente.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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