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Bitcoin, l’Iran lo userà per le importazioni

Ad ufficializzarlo è stata l'agenzia di stampa IRNA

Il governo di Teheran ha deciso di modificare la sua legislazione sulla criptovalute per fare in modo che gli asset digitali possano essere utilizzati in maniera proficua all’interno dei sistemi di finanziamento per le proprie importazioni. A rendere noto quanto sta accadendo in Iran è stata l’agenzia di stampa ufficiale IRNA.
Una decisione che fa del Paese orientale il primo a livello globale ad utilizzare il denaro virtuale per lo scambio di valore. La quale, comunque, non costituisce una vera e propria sorpresa, in considerazione delle difficoltà provocate all’economia iraniana dalle sanzioni imposte da Washington.

Iran mining - Bitcoin, l’Iran lo userà per le importazioni

Cosa sta accadendo a Teheran

Secondo quanto reso noto dal comunicato di IRNA, i minatori presenti all’interno del Paese saranno chiamati a fornire la criptovaluta “vergine” direttamente, ed entro il limite autorizzato, ai canali varati all’uopo dalla Banca Centrale dell’Iran (CBI).
Per quanto concerne la quantità che ogni miner sarà abilitato a produrre, il limite legale sarà determinato dal livello d’energia sovvenzionata utilizzata per il mining e facendo espresso riferimento alle istruzioni pubblicate dal Ministero dell’Energia.
A spingere le autorità iraniane a questa ulteriore apertura nei confronti del denaro digitale è una situazione economica resa sempre più complicata dall’embargo deciso da Trump. A seguito del quale il livello di inflazione all’interno del Paese si è attestato al 34%. Un livello il quale rende difficile la vita di ogni giorno e che sta spingendo sempre più i cittadini iraniani verso Bitcoin e Altcoin più popolari.

L’ennesimo Paese che si rivolge a Bitcoin per aggirare le sanzioni

Molti analisti avevano già previsto questo passo. Deducendo ciò che sarebbe accaduto non solo dal cambio di rotta dell’autorità statale nei confronti della crittografia, ma anche dal fatto che proprio il denaro digitale è ormai stato individuato dai Paesi colpiti dalle sanzioni statunitensi come vera e propria ancora di salvataggio.
Come ha fatto ad esempio il Venezuela, sempre più indirizzato verso l’innovazione finanziaria. Se, da un lato, le criptovalute possono fare paura per la loro forte volatilità, ancora maggiori sono i timori innescati nei cittadini dei Paesi colpiti dalla eccessiva svalutazione delle valute fiat. Preferendo quindi il rischio di una svalutazione di BTC alla sicurezza che il proprio potere d’acquisto sia eroso in maniera drammatica dalla caduta della valuta statale.

Il Bitcoin è sempre più presente nella vita di ogni giorno

Quanto sta accadendo in Iran conferma l’ormai accresciuta forza del Bitcoin. Visto non più come uno strumento puramente speculativo, ma alla stregua di un asset finanziario in grado di dare risposte a chi viene escluso dalla finanza tradizionale.
Il suo potere di inclusione si sta in effetti rivelando molto prezioso anche ai Paesi colpiti da embargo o da livelli inflattivi troppo elevati. Quindi non solo a Iran e Venezuela, ma anche ad esempio a Colombia, Brasile o Argentina. Ove le valute tradizionali sono avvertite alla stregua di un pericolo da un gran numero di lavoratori e pensionati. I quali provvedono a convertire in denaro digitale stipendi e pensioni, non appena ne vengono in possesso. Un modus operandi il quale è stato peraltro favorito dai sospetti gravanti sul contante, indicato da alcuni come un possibile vettore di contagio per il Covid-19. In una situazione di questo genere, non stupisce la diffusione sempre più capillare delle criptovalute, particolarmente evidente nel continente latino-americano.

Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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