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Carrefour e Nestlè usano la blockchain per tracciare il latte artificiale

Quello dei prodotti per l’infanzia è un segmento di mercato del tutto particolare, come è facile comprendere. Le preoccupazioni dei neo genitori sono molto più acute rispetto a quelle che possono caratterizzare altri settori e le aziende che lo presidiano devono poter dimostrare di essere inattaccabili sulla qualità dei prodotti immessi negli esercizi commerciali. Proprio per questo non stupisce il fatto che anche i giganti della grande distribuzione e le aziende che si dedicano a prodotti riservati ai neonati abbiano deciso di rivolgersi alla blockchain, strumento ideale per certificare la provenienza ad esempio dei prodotti alimentari.

IBM, Carrefour e Nestlè uniti per garantire la qualità del latte artificiale

A rendere evidente l’alleanza in atto è stato un comunicato emesso il 14 novembre, in cui si annunciava il varo di una partnership tra IBM da una parte e Carrefour e Nestlè dall’altra. Oggetto della collaborazione è la piattaforma blockchain Food Trust di IBM, cui è stato affidato il compito di tracciare la catena di approvvigionamento del latte artificiale per neonati. In pratica l’intera catena di approvvigionamento del latte artificiale che viene prodotto da Laboratoires Guigoz viene ora sottoposta ad un continuo monitoraggio teso a rendere la supply chain più trasparente, conducendo dei controlli serrati sulle origini dei prodotti nutrizionali.

Carrefour e blockchain, un binomio sempre più stretto

Carrefour non è certo nuovo per quanto riguarda l’utilizzo della tecnologia dei registri distribuiti. Il gigante della grande distribuzione transalpino ha infatti già utilizzato un sistema blockchain per tracciare la provenienza di alcuni alimenti chiave, a partire dalla carne, all’interno delle sue strutture. La possibilità di tracciare i prodotti è particolarmente gradita da chi intende evitare quelli che prevedono l’impiego di organismi geneticamente modificati, pesticidi e antibiotici. Una esigenza sempre più presente tra i consumatori e derivante da episodi spesso clamorosi, come quello che ha visto involontariamente coinvolta una signora di Torino la quale dopo aver acquistato una scatoletta di caviale e averla assaporata, non convinta del sapore l’ha portata ad analizzare presso l’Istituto Zooprofilattico del capoluogo piemontese. Presso il quale è stata riscontrata la presenza dello xanthomonas campestris, un batterio che si riscontra soltanto quando si utilizza la gomma di xantano!

Attenzione alle falsificazioni

Il caso torinese non è certo isolato, se si pensa che in base ad un’analisi condotta da Coldiretti su dati del Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza, vengono messe in atto falsificazioni ripetute e preoccupanti, tra le quali fanno spicco il pangasio del Mekong venduto come cernia, il polpo del Vietnam spacciato come nostrano o i gamberetti provenienti dal Mozambico e della Cina. E, ancora, l’halibut atlantico fatto passare per sogliola, lo squalo smeriglio venduto alla stregua di pesce spada, il pesce ghiaccio sostituito al bianchetto, il filetto di Brosme venduto al posto del baccalà, il pagro al posto del dentice rosa, le vongole provenienti dalla Turchia, o i gamberetti sempre più spesso targati Argentina, Cina, o Vietnam, Paesi che peraltro consentono l’utilizzo di antibiotici, una pratica la quale in Europa è vietata per gli evidenti pericoli che presenta per la salute.
Come si può facilmente capire, quindi, l’utilizzo della blockchain nella grande distribuzione, in particolare nel settore degli alimenti, è destinata a diventare sempre più forte nel corso dei prossimi anni, anche perché gradita enormemente dai consumatori.

Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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