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Cina e blockchain, un rapporto che procede a strappi

Quello tra la Cina e la blockchain è un rapporto che ormai da tempo procede a strappi. Il Paese orientale è famoso per un modus operandi ben preciso: studia gli sviluppi tecnologici  a livello globale, per poi darne una personale versione ove essi si rivelino adatti alle proprie esigenze.
Un modus operandi che rende possibili vere e proprie conversioni che destano stupore anche per il modo repentino in cui avvengono. Come è del resto avvenuto proprio per la tecnologia dei registri distribuiti. Basti pensare che nel 2017 la blockchain era stata letteralmente bandita dal governo, mentre ora è addirittura il presidente Xi Jinping a dichiarare l’intenzione del suo Paese di procedere spedita sulla strada di un suo massiccio impiego.

Una interessante ricerca cinese sulla blockchain

A spiegare in parte l’atteggiamento delle autorità politiche cinesi può concorrere una ricerca della China Academy of Information and Communications Technology (CAICT) risalente al 2018, quando i ricercatori dell’ateneo hanno fissato a 1,22 anni la durata media dei progetti che prevedano l’impiego della blockchain. Un dato che spinge in effetti alla riflessione, soprattutto se ad esso si aggiunge quello secondo il quale addirittura il 92% degli oltre 80mila progetti ispirati a questa tecnologia e lanciati sinora sia fallito.
Se qualcuno all’epoca ha pensato che un dato di questo genere avrebbe spinto Pechino a irrigidire il suo atteggiamento verso la blockchain, la realtà dei fatti di è incaricata di smentire la previsione. Il governo cinese, infatti, è andato esattamente nella direzione opposta, tanto da pubblicare di recente la classifica dei 35 progetti più promettenti del settore A farlo è stato il Center for information and industry development (Ccid), un istituto controllato dal ministero dell’Industria e dell’informazione tecnologica. In pratica si cerca di prendere il buono dalla tecnologia, evitando di buttare il bambino con l’acqua sporca.

Pechino mira alla supremazia nel fintech

Il primo gennaio del 2020 entrerà in vigore in Cina la prima legge sulla crittografia, che è stata approvata lo scorso 26 ottobre. Il provvedimento afferma che lo stato incoraggia e sostiene la ricerca e l’applicazione della scienza e della tecnologia nella crittografia oltre a garantire la riservatezza degli interessati. Se non viene menzionato esplicitamente il settore delle criptovalute, sembra abbastanza chiaro che proprio esse siano destinate a rappresentare le principali interessate.
Proprio il previsto varo della Dcep (digital currency electronic payment), sviluppata grazie alla tecnologia blockchain al termine di uno studio durato tra i cinque e i sei anni, sembra il preludio al conseguimento della supremazia del Paese orientale nel settore fintech. Una supremazia la quale sembra destinata a scatenare l’opposizione dei Paesi concorrenti, in particolare degli Stati Uniti, ove proprio di recente il presidente della Commodity Futures Trading Commission (CFTC), Heath Tarbert, ha affermato di ritenere necessario un maggiore impegno del suo Paese in tal senso. Intanto, però, la Cina sembra acquistare di giorno in giorno un vantaggio che potrebbe presto trasformarsi in una rendita di posizione. Considerata l’importanza che sta assumendo la blockchain, si tratterebbe di un vero e proprio smacco per gli Stati Uniti.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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