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Come è possibile individuare criptovalute inaffidabili? Lo spiega uno studio finlandese

criptovalute - Come è possibile individuare criptovalute inaffidabili? Lo spiega uno studio finlandese

Come è ormai noto, il settore delle criptovalute non è fatto solo di Bitcoin e dei suoi maggiori concorrenti. Esistono anzi molte centinaia di progetti di cui in pratica nessuno sa nulla e che sono già praticamente falliti, nonostante la speranza originaria di replicare il successo di BTC.
Naturalmente basta iniziare a scorrere la classifica per capire come molti di questi asset non decolleranno mai e saranno destinati prima o poi ad alzare bandiera banca. Per individuarli, però, ora si può utilizzare uno studio pubblicato dai ricercatori dell’università finlandese di Vaasa.

Lo studio finlandese

Il report in questione è stato pubblicato sulla rivista Applied Economics  e va in pratica ad esplorare i fattori che possono aiutare a prevedere se una criptovaluta, tra le migliaia attualmente disponibili, avrà successo o se sia invece destinata al fallimento. Andiamo quindi a vedere nel dettaglio quali siano.

L’importanza dell’ICO

Il primo fattore da prendere in considerazione è rappresentato proprio dall’atto inaugurale, ovvero l’ICO (Initial Coin Offering). Secondo i ricercatori di Vaasa, la performance dell’offerta iniziale di monete è già in grado di delineare con una certa precisione la riuscita di un progetto.
Basta una semplice carrellata introduttiva, infatti, per notare come le monete che hanno poi incontrato il gradimento dei mercati sono proprio quelle le quali hanno messo a segno le migliori prestazioni durante l’ICO. Del tutto logico se si pensa che la bontà di un progetto può già essere giudicata dalle delucidazioni contenute nel cosiddetto White Paper.

Attenzione al pre-mining

Un secondo fattore che occorre considerare con molta attenzione è poi rappresentato dal pre-mining. Il quale non costituisce in sé un fattore negativo, ma può diventarlo nel caso in cui il quantitativo di token minati prima dell’ICO sia eccessivo.
In alcuni casi, infatti, potrebbe trattarsi semplicemente dell’ormai famigerato pump and dump, teso a far aderire al progetto il maggior numero di persone nella sua fase iniziale alla stregua di un’esca lanciata in mare aperto.
Va poi considerato come il mining sia fondamentale per lo sviluppo di qualsiasi criptocurrency, in quanto raduna intorno alla stessa una comunità e contribuisce a sostenere la rete, a volte anche dal punto di vista puramente finanziario.

L’importanza del gruppo di sviluppo

Il terzo fattore è poi rappresentato dalla qualità del gruppo di lavoro che propone una moneta virtuale. Se al suo interno ci sono un Vitalik Buterin, un Charlie Lee o un Charles Hoskinson, probabilmente si tratta di un progetto non solo valido, ma anche destinato a rivelarsi vincente.
Nel caso invece gli sviluppatori optino per l’anonimato dovrebbe scattare un primo campanello d’allarme. Lo studio mostra in particolare come il 79% delle criptovalute predefinite siano opera di sviluppatori anonimi.

Il campione esaminato

Nella redazione del loro studio, che non pretende di essere esaustivo, ma anzi invita ad ulteriori ricerche, i due autori, Klaus Grobys e Niranjan Sapkot, hanno messo sotto esame tutte le 146 monete virtual che sono basate sul Proof-of-Work e hanno fatto la loro comparsa sui mercati prima della fine del 2014.
Le loro prestazioni sono state monitorate sino al dicembre del 2018 e i risultati sembrano abbastanza chiari, considerato come circa il 60% di queste criptovalute fossero praticamente in stato di default all’atto finale dello studio.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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