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Craig Wright: la saga di Faketoshi continua ad arricchirsi di nuovi capitoli

Ormai Craig Wright è sulla cresta dell’onda. Sono moltissimi nell’ambito della comunità crypto a parlarne, quasi tutti, però in negativo. Il motivo di tanta avversione risiede nei tentativi dell’uomo d’affari australiano di accreditarsi come il vero Satoshi Nakamoto. Tentativi talmente maldestri da avergli procurato il non certo esaltante soprannome di Faketoshi, di cui comunque Wright non sembra curarsi molto, considerato come si ritrovi spesso nell’occhio del ciclone per le sue estemporanee trovate.
Intanto, però, l’offensiva dei suoi detrattori prosegue e segna importanti punti a favore. Come quello messo all’attivo da Arthur Van Pelt, il creatore del sito “Fraud Timeline”. Andiamo a vedere nel dettaglio di cosa si tratti.

Craig Wright - Craig Wright: la saga di Faketoshi continua ad arricchirsi di nuovi capitoli

La scoperta di Arthur Van Pelt

Secondo Van Pelt, Craig Wright il 10 gennaio del 2009 avrebbe scritto in un blog di essere in procinto di iniziare a lavorare con il network Bitcoin. Ove ciò corrispondesse a realtà, e non c’è motivo di dubitarne, proprio questa sarebbe una prova esauriente del fatto che l’uomo d’affari australiano non può essere Satoshi Nakamoto. A dimostrarlo è il fatto che i lavori su Bitcoin sono iniziati sicuramente prima del 2008, anno di pubblicazione del whitepaper, e che il compleanno di Bitcoin viene fissato al 3 gennaio 2009.
Va specificato che riuscire a dimostrare di essere Satoshi Nakamoto non rappresenta per Wright soltanto una soddisfazione morale. Ove non lo facesse, infatti, perderebbe una causa intentata contro di lui da Ira Kleiman, fratello di Dave, morto nel 2013 e dovrebbe restituire alla controparte circa mezzo milione di BTC, o il controvalore attualizzato ai prezzi di cambio.

La farsa del Tulip Trust

Il nome di Craig Wright è peraltro attualmente nell’occhio del ciclone per un’altra vicenda che sta assumendo contorni farseschi, quella relativa al Tulip Trust. Il miliardario, infatti, sostiene di essere in possesso delle chiavi private che gli darebbero accesso al tesoro custodito nel suo wallet, un milione di BTC e di essere in grado di provare le sue affermazioni.
Ad oggi, però, la controprova non è arrivata e i suoi detrattori hanno preso la palla al balzo per affermare come si tratti di una semplice operazione tesa a far salire la quotazione di Bitcoin Satoshi Vision, la criptovaluta sorta dal fork di Bitcoin Cash di cui è diventato una sorta di missionario. In molti, infatti, pensando che Wright fosse realmente in possesso delle chiavi private del Tulip Group, hanno puntato su BSV, provocando un fortissimo rialzo della sua quotazione. Il ragionamento da essi seguito è il seguente: se è vero, Wright potrebbe convertire i fondi in questione, al cambio attuale oltre otto miliardi di dollari, in BSV e provocarne una vera e propria esplosione a danno di Bitcoin.

Una situazione molto fluida

Sino ad oggi non è arrivata alcuna prova che le sue parole corrispondano a verità, ma intanto proprio BSV e Bitcoin Cash stanno dando luogo ad una notevole altalena sui mercati. Una situazione che non giova alla reputazione degli asset digitali. E proprio questo, in fondo, è il motivo per il quale agli occhi dei sostenitori delle monete virtuali Craig Wright rappresenta un fattore di instabilità da eliminare ad ogni costo. Come asserito in particolare da Dan Held, direttore negli sviluppi Business di Kraken, che ormai da tempo non ha eccessivi freni quando si tratta di bollare Wright alla stregua di un puro e semplice truffatore.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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