17 Febbraio, 2020
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Il governo USA ha perso 1,7 miliardi di dollari vendendo BTC

token bitcoin - Il governo USA ha perso 1,7 miliardi di dollari vendendo BTC

Com’è ormai noto, la quotazione del Bitcoin è soggetta a forti oscillazioni. Dopo i notevoli sbalzi fatti registrare nel corso dell’estate, anche la prima parte del nuovo anno ha visto la creazione attribuita a Satoshi Nakamoto dare vita ad una serie di saliscendi notevoli, per effetto di una serie di eventi come lo stato di tensione tra USA e Iran o la diffusione del coronavirus a livello globale.
In una situazione di questo genere, chi intende guadagnare con la compravendita di BTC deve saper scegliere con estrema cura il momento per prendere posizione sul mercato. Occorre cioè sapere quando è il momento di acquistare i token e quando invece è arrivato il momento di venderli senza attendere oltre.
Una caratteristica che evidentemente non è nelle corde dell’amministrazione statunitense. Almeno a giudicare da quanto rivelato in una recente analisi, secondo la quale il governo di Washington avrebbe perso 1,7 miliardi di dollari sbagliando il momento giusto per vendere i suoi Bitcoin.

Cosa è successo?

Come è noto, i BTC impiegati in attività di tipo criminale possono essere sottoposti a sequestro. Come ha del resto provveduto a fare il governo statunitense, che ha poi organizzato una serie di aste finalizzate alla loro vendita, affidandole allo United States Marshals Service (USMS).
Proprio otto di queste aste sono state esaminate nel corso di una analisi, condotta dal co-fondatore e CTO di Casa, Jameson Lopp. Un focus derivante dal fatto che nel corso delle stesse è stata venduta la maggior parte dei BTC sequestrati alle organizzazioni criminali. Il periodo esaminato è quello intercorrente dal giugno del 2014 ad oggi e il metodo utilizzato per tirare il punto consiste nell’analizzare quanto il governo avrebbe potuto incassare scegliendo il momento migliore per procedere alla vendita e quanto invece è stato effettivamente incassato.
Il risultato è abbastanza sconcertante, se si pensa che a fronte di un possibile valore di 1,9 miliardi di dollari, i 185mila BTC venduti hanno fruttato appena 151 milioni. In pratica il 10% di quanto avrebbero fatto entrare nelle casse governative scegliendo un momento in cui la quotazione della criptovaluta regina sarebbe stata più alta.

Bitcoin, un affare non per tutti

Quanto accaduto al governo degli Stati Uniti, non fa che confermare una cosa che gli esperti da sempre mettono in rilievo: le attività finanziarie possono essere anche molto remunerative. A patto di muoversi con un minimo di discernimento, calcolando bene il momento di prendere posizione sui mercati e non affidandosi all’emozione del momento o, peggio ancora, al caso.
In pratica, chi vuole guadagnare dalla compravendita di Bitcoin, deve acquistare quando il prezzo è in fase di discesa e attendere che il mercato attui la svolta rialzista che consente di capitalizzare l’investimento operato. Un concetto che evidentemente non è stato preso in considerazione dal governo di Washington e da chi è stato incaricato di mettere in vendita i token confiscati, anche perché magari l’amministrazione ha ritenuto di dover fare cassa subito, senza attendere una fase più propizia. In questo caso, quindi, a fare l’affare sono stati proprio gli acquirenti, che hanno potuto acquistare a prezzo di saldo e, magari, rivendere non appena il trend si è dimostrato propizio per farlo.

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