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In Venezuela è sempre più in voga Bitcoin

BTC Venezuela - In Venezuela è sempre più in voga Bitcoin

Nel corso degli ultimi mesi è stato più volte segnalato come un numero crescente di cittadini venezuelani converta i propri bolivar in BTC e altre criptomonete. A spingere lavoratori e pensionati a farlo è la constatazione di una fragilità sempre più evidente del bolivar, la moneta del Paese. Per cercare di proteggere il valore d’acquisto di stipendi e pensioni, i percettori non appena ne entrano in possesso provvedono a scambiarli con BTC, soprattutto.
Un investimento che a questo punto possiamo definire saggio, considerato come solo nel corso degli ultimi dodici mesi la regina delle criptovalute abbia più che raddoppiato la propria quotazione. Mentre il bolivar continua la sua discesa senza fine, testimoniata dalle cifre. Basti pensare che nel passato mese di marzo una scatoletta di tonno da 140 grammi costava 1,1 milioni di bolivar, una confezione di uova 526mila, un chilo di pollo 1,37 milioni, lo stesso quantitativo di formaggio a fette 2,8 milioni. Prezzi che in pratica rincarano di giorno in giorno.

Nuovo record su LocalBitcoins

Nel corso della passata settimana, su LocalBitcoins, la piattaforma che consente a livello locale di scambiare valute fiat con BTC, ha fatto registrare i dati più alti mai registrati nei rapporti tra i due asset. Sono stati più di 363 i miliardi di bolivar convertiti in token, frantumando di conseguenza il precedente record, che era stato registrato la settimana prima, fermo a 263 miliardi. Si tratta quindi di un incremento del 38% in soli sette giorni. Il corrispettivo in Bitcoin è di 638, per un volume di poco superiore ai 5 milioni di dollari.
Altro dato abbastanza clamoroso è poi quello relativo all’aumento dei volumi di scambio in bolivar su LocalBitcoins nel corso dell’ultimo anno, che ha toccato addirittura il 2492%. Se sono tanti i cittadini venezuelani che vendono bolivar, sono invece pochi quelli che li comprano in cambio di BTC. In tal modo viene a generarsi uno squilibrio che si traduce in prezzi di vendita più alti del normale. Un Bitcoin in Venezuela viene pagato anche 1300 dollari in più rispetto alla quotazione ufficiale.

Una mossa comprensibile

Se qualcuno può meravigliarsi di una dinamica di questo genere, alla luce della volatilità del Bitcoin, va però sottolineato che quanto sta accadendo in Venezuela è del tutto comprensibile. Anche se si verificasse nelle prossime settimane un nuovo crollo della sua quotazione, peraltro ritenuto abbastanza improbabile dagli analisti, la perdita si rivelerebbe molto meno vistosa di quella cui ha ormai abituato il bolivar.
Nel caso opposto, invece, il guadagno aiuterebbe a sostenere meglio un costo della vita che si muove su livelli che ricordano la Germania weimariana. Tanto da spingere il presidente Nicholas Maduro a puntare con sempre maggiore forza sugli asset digitali. A partire dal Petro, che nel corso delle festività natalizie ha visto un clamoroso quanto inaspettato successo, grazie all’airdrop, ovvero al trasferimento di mezzo token (circa dieci dollari) nei wallet predisposti a favore di lavoratori pubblici e pensionati. Una decisione che ha spinto molti di loro ad acquistare beni di prima necessità, dando luogo ad un traffico estremamente sostenuto. Un passo da alcuni ritenuto decisivo verso l’adozione di massa del Petro, considerata fondamentale da Maduro per poter attutire a livello sociale le ricadute dell’embargo statunitense.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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