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Mining responsabile del peggioramento atmosferico in Iran?

Ad avanzare l'ipotesi è un report di Bloomberg

Il dibattito sull’inquinamento atmosferico provocato dal mining è stato messo in secondo piano da altri temi, nel corso degli ultimi mesi. Il problema, però, continua ad esistere, come dimostrano le notizie provenienti dall’Iran. Ove secondo un rapporto stilato da Bloomberg, la situazione creata dai permessi concessi dalle autorità alle mining farm, al fine di operare all’interno del Paese, sta provocando effetti negativi di larga portata.

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Cosa sta accadendo in Iran

Il rapporto stilato dagli analisti di Bloomberg non sembra lasciare molti dubbi. Il fabbisogno energetico di Bitcoin ( BTC ) e l’estrazione di criptovalute in Iran, andandosi a mixare alla domanda di calore in un inverno il quale è stato eccezionalmente freddo, hanno infatti contribuito a una carenza di gas naturale. Obbligando di conseguenza le centrali elettriche a bruciare presumibilmente “oli combustibili di bassa qualità”, in modo da soddisfare le esigenze elettriche del paese. Il risultato di questa scelta è stato la formazione di “spessi strati di smog tossico” in molte città. La quale si è sommata ai blackout conseguenti alla chiusura di alcune centrali elettriche.

La smentita del governo

Le autorità di Teheran hanno provato a smentire le affermazioni in questione, relative all’impiego di combustibili di qualità inferiore. Lo ha fatto in particolare Bijan Namdar Zanganeh, ministro del petrolio iraniano. Sono però i dati riportati da alcuni organi di stampa, in particolare quelli ricavati da IQAir, ad ufficializzare senza ombra di dubbio che la qualità dell’aria è in questo momento molto bassa, attestandosi a 171. Da più parti si è perciò collegato questo dato al recente rilascio di oltre mille licenze a società operanti nel mining di criptovaluta.

Il mining è incoraggiato dal governo iraniano

Nel corso degli ultimi mesi, l’Iran ha dato vita ad una svolta notevole in direzione di una economia digitale forte. Con l’evidente intento di contrastare gli effetti molto pesanti dell’embargo statunitense. Una politica la quale può essere simboleggiata in particolare dalla proposta ad altri Paesi per il varo di una criptovaluta musulmana. Avanzata nel corso di una conferenza tenuta in Malesia, nel 2019.
Il denaro digitale, inoltre, è stato individuato come un possibile asset da impiegare da parte della banca centrale iraniana, al fine di facilitare le importazioni. In questa politica, anche il mining ha assunto una importanza rilevante, con il rilascio di un gran numero di licenze. Le mining farm, però, stanno ora provocando una vera e propria crisi ambientale nel Paese mediorientale.

L’utilizzo illegale di energia elettrica per il mining

Di recente, il governo iraniano ha provveduto alla chiusura di ben 1620 installazioni per l’estrazione di criptovalute. Le quali, pur non essendo in possesso di autorizzazione in tal senso, continuavano la loro attività, impiegando per di più energia sovvenzionata. Ovvero ad un costo minore di quello praticato solitamente dall’azienda elettrica iraniana. Aziende che messe insieme, nell’arco di 18 mesi avevano consumato ben 250 megawatt.
Non si conosce però il numero reale delle tante mining farm illegali presenti all’interno del Paese, le quali rappresentano un problema di non poco conto. Basti pensare che nel 2019 le autorità hanno individuato due mining farm posizionate all’interno di moschee. Proprio i luoghi di culto, infatti, godono di energia gratuita, rivelandosi di conseguenza ideali per i miners. Come si può comprendere, quindi, la reale entità delle attività di estrazione del denaro digitale è difficile da definire.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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