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Monero, il mining si può fare anche con lo smartphone

monero - Monero, il mining si può fare anche con lo smartphone

Il mining di Monero è ora possibile anche utilizzando il proprio smartphone. A consentirlo sarà HTC, colosso dell’elettronica di consumo che, in un annuncio del 10 aprile, ha confermato la voce che circolava da tempo.
Sarà lo smartphone blockchain Exodus ad adottare l’applicazione “DeMiner” per il mining di Monero, grazie ad un accordo siglato con Midas Labs, azienda che produce chip ASIC.

Una vera e propria svolta

Com’è ormai noto, il mining di monete virtuali presuppone l’impiego di dispositivi dotati di grande capacità di calcolo e, soprattutto, energivori. Un’esigenza che ha praticamente concentrato l’attività nelle mani di società formate all’uopo e operanti in zone del globo ove il costo dell’elettricità rende remunerativo il mining.
Nonostante ciò, HTC assicura che Exodus potrà fare mining. DeMiner, infatti, è stata progettata in modo da interrompere in automatico le attività di estrazione dei blocchi nella fase di utilizzazione del dispositivo, oppure quando il caricabatterie non sia collegato.

Si aprono nuovi scenari

E’ stato Phil Chen, Decentralized Chief Officer di HTC, a illustrare il punto di partenza dell’azienda, ovvero la constatazione che l’utilizzo dei 3,5 miliardi di smartphone esistenti per il mining porterebbe ad un aumento  notevole in termini di decentralizzazione e hash rate dei vari network.
La funzione di De Miner, in questo scenario, è stata invece spiegata da Jri Lee, CEO e fondatore di Midas Labs. Proprio lui ha ricordato come l’applicazione sia stata sviluppata in modo tale che un dispositivo smartphone possa avere un hash rate paragonabile ad un PC desktop. La reale differenza sarebbe però da ricercare nel consumo di energia, molto minore. Un vero e proprio grimaldello in grado di permettere ai dispositivi di telefonia mobile l’utilizzazione per il mining di criptovalute, a patto che siano collegati alla corrente elettrica.

Un modo per democratizzare il mining

Come abbiamo già ricordato, il mining è attualmente un’attività praticamente confinata alle mining pool, ovvero ai consorzi che sono in grado di investire per reperire macchinari sempre più potenti e impiantare i siti produttivi nei Paesi che offrono condizioni favorevoli in termini di costi per l’elettricità. Paesi come la Cina o l’Iran, ad esempio, ove questa attività è particolarmente fiorente.
In tal modo, però, viene praticamente a cadere un primo bastione ideologico del mondo cripto, ovvero la democratizzazione del sistema. Con conseguenze di non poco conto anche nella realtà, se si pensa a quanto sta avvenendo nell’universo di Bitcoin Cash, ove proprio negli ultimi giorni l’hash rate della criptovaluta sorta dopo un fork di quella più celebre è letteralmente collassato.

Una scialuppa di salvataggio per l’intero settore

La ridotta convenienza dell’attività causata dall’halving di BCH ha spinto molti miners ad orientarsi verso soluzioni più convenienti. In pratica, in questo momento stanno resistendo solo i minatori più legati ad un’idea romantica che alcuni osservatori chiamano criptosocialismo.
Nel caso di altre monete virtuali, però, questa carica ideologica non esiste e la conseguenza potrebbe essere devastante nel momento in cui la loro attività di estrazione dei blocchi non dovesse più essere considerata redditizia. Ecco perché la decisione di HTC potrebbe rivelarsi provvidenziale per l’intero settore delle criptovalute, non solo per Monero.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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