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Monero per 7,5 milioni chiesti dagli hacker a Telecom Argentina per sbloccare i dati

Telecom Argentina - Monero per 7,5 milioni chiesti dagli hacker a Telecom Argentina per sbloccare i dati

La rete interna del più grande servizio di telecomunicazioni argentino, Telecom Argentina SA ,  stata infiltrata dagli hacker, che hanno richiesto 7,5 milioni di dollari in Monero entro e non oltre due giorni. Al termine dei quali il riscatto per uscire dal sistema raddoppierà, ove non sia ancora stato pagato.
Il ransomware fa quindi un’altra vittima illustre, la maggiore compagnia di telecomunicazioni argentina, la quale si aggiunge al gran numero di imprese ed enti hackerati dall’inizio dell’anno, in un crescendo che sembra destinato a non terminare presto.

Il dilemma per Telecom Argentina

109.345 XMR: questo è il numero di token che l’azienda deve pagare per decrittare i file che sono stati infettati dai criminali informatici. I quali diventeranno oltre 218mila in caso di mancato pagamento alla scadenza del 21 luglio.
Il problema per Telecom Argentina consiste nel fatto che anche pagando non si avrebbe alcuna sicurezza in relazione al rispetto dei patti da parte degli hacker. Ove questi infatti rilasciassero la chiave di cifratura, il sistema potrebbe essere immunizzato da successivi attacchi. Una cosa che evidentemente non è nel loro interesse.
Il file che ha innescato l’attacco si chiama “77os97-readme” ed è stato veicolato da una mail incautamente aperta da un dipendente, propagandosi agli oltre 18mila terminali della compagnia.

Una lunga serie di attacchi

L’attività dei criminali informatici è in netto aumento. Basta in effetti leggere un recente rapporto elaborato da Sophos (The State of Ransomware 2020), in cui sono elencati i dati fuoriusciti da un’indagine condotta tra 5mila IT manager in 26 Paesi nel mondo, per capire quello che sta accadendo. Il costo medio per riuscire a rimediare ai danni di un attacco ransomware è pari a circa 1,4 milioni di dollari nel caso in cui l’azienda decida di versare il riscatto, riducendosi a 730mila nel caso contrario.
Una realtà che tocca anche il nostro Paese, ove il 41% delle aziende consultate ha ammesso di aver subito un attacco di questo genere. Solo il 6%, però, si è dovuta piegare, mentre le altre sono riuscite a sventare l’operazione prima che andasse a buon fine.

E’ meglio non pagare il riscatto

Come abbiamo già ricordato, le aziende che non hanno pagato sono riuscite a dimezzare i danni rispetto a quelle che invece hanno deciso di aderire al diktat degli hacker.
Secondo Chester Wisniewski, principal research scientist di Sophos, pensare di poter limitare le conseguenze di un attacco ransomware è una semplice illusione. A renderla tale il fatto che ottenere in cambio della cifra pattuita una chiave di decodifica potrebbe essere reso inutile dal fatto che gli attaccanti ne usano diverse. Rendendo in tal modo molto complessa e dispendiosa l’operazione di ripristino dei sistemi infettati.

La necessità di comportamenti prudenti

Come abbiamo visto, quindi, anche in questo caso l’attacco hacking è andato a buon fine grazie al fatto che uno dei dipendenti di Telecom Argentina ha aperto un file che pure poteva essere individuato come sospetto.
Un comportamento ancora una volta imprudente, su cui fanno affidamento gli attaccanti. Troppe volte, infatti, gli internauti utilizzano la propria posta elettronica senza alcuna forma di prudenza. Rivelandosi in tal modo i migliori alleati degli hacker. Un comportamento che le aziende di cyber-security continuano a stigmatizzare, senza però essere eccessivamente ascoltate. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, con un 2020 che si sta rivelando un anno magico per gli hacker.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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