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Mt. Gox, i creditori possono accedere finalmente ai rimborsi

Resta però da capirne la reale entità

I creditori di Mt. Gox potranno richiedere sino al 90% del quantitativo di BTC restanti. A rivelarlo è stato un report di Bloomberg, sulla vicenda che interessa l’exchange giapponese di criptovaluta crollato nel 2014, al culmine di un disastroso attacco di pirateria informatica.
Mentre a stabilirlo sarebbe l’accordo raggiunto tra MGIFLP (sezione di Fortress Investment Group) e il fiduciario fallimentare stabilito dal tribunale per gestire la conclusione dell’atto giudiziario riguardante Mt. Gox, Nobuaki Kobayashi.

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Mt. Gox: una vicenda clamorosa

La vicenda che sembra ora prossima a giungere al termine, è stata innescata nel 2014 da un attacco hacking, nel corso del quale erano stati sottratti circa 850mila Bitcoin. Un attacco il quale, però, secondo non pochi osservatori sarebbe solo un tentativo di depistaggio operato dalla proprietà. Teso a camuffare una vera e propria truffa nei confronti delle migliaia di utenti che si erano affidati all’exchange, consegnandogli i propri soldi. Molti dei quali hanno deciso in seguito di affidarsi alla giustizia.

I termini dell’accordo raggiunto

Come ricordato da Bloomberg, ora i creditori che hanno deciso di imboccare la via dei tribunali potranno riavere sino al 90% dei token bloccati dopo il fallimento di Mt. Gox, anche se non è chiaro a quanto ammonti in realtà il totale.
Resta però da capire se l’accordo sarà accettato o rigettato dagli interessati. Chi si rifiuterà avrà comunque l’opportunità di rifarsi in seguito, nelle pieghe di uno dei tanti procedimenti legali elevati nel frattempo contro i responsabili della piattaforma di scambio.

Mt. Gox: si trattò di una truffa?

Tra coloro che non hanno mai creduto all’ipotesi di un attacco informatico, c’è Gregory Greene, uno dei primi querelanti in assoluto. Nella prima di una lunga serie di denunce da lui presentate, l’uomo aveva sostenuto che l’ex CEO di Mt. Gox, Mark Karpeles, in qualità di proprietario dell’exchange conosceva il codice, i bug, e tutte le informazioni invece nascoste ai clienti. Di conseguenza avrebbe usato i dati a sua disposizione per sottrarre i fondi e far passare la sua azione per un attacco da parte di hacker. Sembra pensarla così anche un tribunale giapponese, il quale ha condannato Karpeles a 2 anni e mezzo di reclusione, con sentenza sospesa.

Una vicenda destinata a restare da monito

Il caso di Mt. Gox ha rappresentato un vero e proprio punto di svolta per tutto il settore crittografico. L’exchange operò dal 2010 al 2014, affermandosi come la più grande struttura di scambio a livello globale. Quando crollò deteneva il 70% del volume di transazioni complessive di Bitcoin.
Dopo la sua bancarotta è stato giocoforza per gli exchange restanti cercare di ricostruire una reputazione ampiamente compromessa, in particolare lavorando sui necessari livelli di sicurezza. I sospetti non sono però mai caduti del tutto.

Il ruolo di Craig Wright

La vicenda di Mt. Gox si è peraltro intersecata a metà del 2020 con la causa intentata da Ira Kleiman contro Craig Wright. Nel tentativo di dimostrare di essere il vero Satoshi Nakamoto, infatti, l’uomo d’affari australiano ha prodotto come prova una serie di indirizzi Bitcoin. Tra i quali, però, c’era anche quello che era stato usato dagli attaccanti all’exchange. Una gaffe clamorosa, presto rilevata dagli avversari di Wright e la quale potrebbe costargli molto cara, nel caso in cui il tribunale statunitense chiamato a giudicare dovesse accogliere la sua versione.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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