Luglio 15, 2020
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Satoshi avrebbe intenzionalmente frenato il suo hashrate alle origini di Bitcoin?

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La nascita di Bitcoin è da molto tempo studiata, soprattutto con l’intento di riuscire finalmente a individuare l’ormai mitico Satoshi Nakamoto. Molte le congetture al proposito, come le ultime che ne vorrebbero l’identificazione con Adam Back, il quale smentisce con forza queste ricostruzioni.
Un quadro in cui si registrano peraltro le ormai grottesche vicende di Faketoshi, come è definito dalla comunità dei criptofans l’autoproclamato Craig Wright, il quale ormai da tempo cerca di accreditare questa ipotesi a suo vantaggio. Dovendo peraltro provarla in tribunale, per non soccombere nella causa intentata contro di lui da Ira Kleiman.

Le ultime illazioni sugli inizi di BTC

In questo quadro, si vengono a inserire le ultime illazioni sugli inizi del Bitcoin, provenienti da Sergio Demain Lerner, co-fondatore della startup Bitcoin RSK. Autore ormai da tempo di ricerche sull’argomento, Lerner ha pubblicato un post sul suo blog in cui suggerisce che “Patoshi”, uno pseudonimo con cui è noto un minatore che estrasse blocchi tra il 2009 e il 2010, potrebbe aver spento le sue apparecchiature minerarie per i primi 5 minuti di ogni “intervallo di blocco” (o, il tempo intercorrente per l’aggiunta di un blocco nella blockchain di Bitcoin). Perché questa illazione ha destato molta curiosità? Per il semplice fatto che secondo molti Patoshi corrisponderebbe proprio a Satoshi Nakamoto.

A cosa è dovuta la decisione di Patoshi?

La ricerca di Lerner è partita da un assunto: Satoshi Nakamoto sarebbe stato il protagonista principale nell’attività di mining nella fase iniziale della sua creatura. Non si è però mai riuscito a capire quanti token siano stati effettivamente estratti da lui stesso, considerato come le stime oscillino in un range molto ampio, tra 100mila e un milione di coin.
La questione è stata peraltro complicata da quanto accaduto in margine alla causa che vede coinvolto Craig Wright, in cui questi si accredita come l’autentico Satoshi. Una causa che ha ulteriormente incrementato, ove ciò fosse possibile, l’avversione della comunità crittografica verso quello che viene spregiativamente indicato come Faketoshi.
Quando Wright ha presentato una serie di indirizzi Bitcoin che secondo lui dovevano provare la sua tesi, su alcuni di essi sono stati movimentati fondi, con il preciso scopo di distruggere la sua difesa. Questi movimenti, infatti dimostrerebbero con tutta evidenza che non è in possesso delle chiavi private ad essi riconducibili.
Lerner, comunque, è andato avanti nel suo lavoro, individuando una cosa molto singolare nel modus operandi di Patoshi. Questi, infatti, avrebbe in pratica spento le sue apparecchiature per circa 5 minuti in corrispondenza dell’estrazione di ogni blocco.

Un gesto di puro altruismo?

Resta quindi da capire la ratio di questo comportamento. Che, secondo Lerner, sarebbe riconducibile ad un istinto altruistico. In pratica il miner avrebbe deciso di consentire ad altri di estrarre il blocco, in pratica lasciandoglielo.
Una spiegazione alternativa, sembra però essere più realistica, rispetto alla prima. In base ad essa, infatti, la decisione di Patoshi sarebbe dovuta alla volontà di porre rimedio al timestamp artificiale su alcuni blocchi. Questo evento si verifica in pratica quando una volta estratto un primo blocco, subito dopo ne viene prodotto un secondo, rendendo troppo rapido il processo. Quindi, Patoshi avrebbe corretto questo scenario di doppio mining ritardando i tempi per il blocco successivo. Ora resta solo da stabilire quale delle due ipotesi possa essere la più realistica.