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Secondo un nuovo studio Bitcoin consuma meno del previsto

Come è ormai noto, il mining, ovvero l’attività di calcolo tesa all’estrazione delle criptovalute, comporta un notevole dispendio energetico. Proprio sulle proporzioni di questo consumo si è quindi aperto un notevole dibattito nel corso degli ultimi mesi, anche sulla scia di una rinnovata attenzione alle tematiche ambientali.
Nella discussione in corso è ora arrivato un nuovo studio che sembra destinato a spostare i termini della stessa, in quanto andrebbe a smentire almeno parzialmente quanto sostenuto sinora.

Il rapporto pubblicato da The New Scientist

Mining per il Bitcoin incompatibile con la lotta al climate change? Sembra proprio di no, stando almeno ai dati contenuti all’interno di uno studio redatto da Susanne Köhler e Massimo Pizzol, due ricercatori della Aalborg University, un ateneo danese.
A pubblicare lo studio è stata la rivista The New Scientist e i dati in esso contenuto smentiscono in maniera abbastanza netta l’assunto in base al quale il consumo annuale di energia per il mining equivalga a 63 megatonnellate di CO2 all’anno. La stima in questione si basa sull’ipotesi che le emissioni di carbonio derivanti dalla produzione di elettricità siano analoghe su tutto il territorio cinese, ovvero del Paese che continua a detenere una fetta molto rilevante del mining di Bitcoin complessivo. I calcoli fatti dai due ricercatori, invece, portano ad una conclusione molto diversa, secondo la quale analizzando nel dettaglio i dati cinesi tenendo conto della diversità tra una regione e l’altra, si ottiene una impronta stimata di carbonio pari a 17,29 megatonnellate di CO2 emesse nel 2018. Una conclusione abbastanza clamorosa e destinata a mutare sensibilmente il quadro in cui si è svolta sinora la discussione.
Per cercare di capire come si siano venute a formare tali discrepanze, basta in effetti riscontrare come la regione della Mongolia Interna, ove il modello energetico si fonda sull’estrazione di carbone, sia responsabile del 12,3% del mining totale di Bitcoin, in pratica il 25% delle emissioni totali. Una quota che viene ad essere controbilanciata dall’andamento inverso fatto registrare dalla regione del Sichuan, ove è predominante l’utilizzo dell’energia idroelettrica.

Altri dati da tenere in considerazione

Se nei mesi passati ha destato un certo allarme l’affermazione dei ricercatori dell’Università delle Hawaii, secondo i quali il mining potrebbe portare ad un aumento medio di due gradi centigradi della temperatura da qui al 2033, vanificando in tal modo il tratto di Parigi, va però sottolineato come altri studiosi ritengano del tutto sovrastimati questo allarme.
A spingerli su tale via è la constatazione che il consumo necessario al mining di BTC equivale allo 0,36% di quello annuo a livello globale. Un dato quindi che non andrebbe a spostare molto i termini del problema, in un senso o nell’altro. Senza poi tenere conto del fatto che oltre il 70% dell’energia consumata per il mining proviene da fonti rinnovabili e che i dispositivi utilizzati all’uopo sono sempre meno energivori.
Mentre sarebbe probabilmente più proficuo puntare il dito sulla scarsa efficienza del Bitcoin rispetto ad altre forme di pagamento. Basti pensare che una singola transazione che veda l’impiego di BTC consuma la stessa quantità di energia necessaria a 400mila transazioni effettuate utilizzando al suo posto la carta di credito. Un dato su cui sarebbe il caso di riflettere con maggiore attenzione.

Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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