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Un 2019 record per frodi e furti riguardanti le criptovalute

Le criptovalute sono sempre più popolari. Basti pensare all’utilizzo di Bitcoin da parte di un numero sempre più elevato di argentini e venezuelani per ovviare alle conseguenze dell’iperinflazione che affligge peso e bolivar, o al continuo aumento di ATM in ogni parte del globo, ormai arrivati a varcare la soglia dei 6mila, per capire come siano sempre di più coloro che utilizzano le monete virtuali.
Un dato il quale è destinato a fare sicuramente piacere ai fautori dell’economia digitale, ma che allo stesso tempo comporta un fenomeno parallelo sgradito, quello relativo ai sempre più numerosi episodi di frodi e furti collegati alla finanza alternativa.

Ben 4,4 miliardi di dollari di perdite, nel corso dell’anno

Per capire le dimensioni che sono state assunte dal fenomeno basta in effetti dare una rapida occhiata alle statistiche che fanno parte di “Cryptocurrency Anti-Money Laundering Report”, uno studio elaborato e pubblicato di recente da CipherTrace, secondo il quale nel corso del 2019 il volume totale delle perdite provenienti da frodi e furti associati alle criptovalute ha raggiunto la cifra record di 4,4 miliardi di dollari. Tutto ciò nonostante il fatto che nel corso dell’ultimo trimestre il dato si sia fermato a 15,5 milioni di dollari di perdite, il più basso dell’ultimo biennio.

Oltre il doppio rispetto al 2018

I 4,4 miliardi registrati, sono oltre il doppio rispetto agli 1,7 del 2018. Un dato assolutamente clamoroso, cui hanno contribuito soprattutto lo schema PlusToken (per 2,9 miliardi di dollari) e la questione dell’exchange di criptovalute QuadrigaCX (per 195 milioni di dollari).
Altro dato che suona interessante è quello relativo ai livelli di sicurezza degli exchange. Secondo il rapporto, infatti, sui 120 presi in esame, il 41% presenta standard KYC (Know Your Customer) permeabili, mentre il 24% li ha deboli.
Proprio questi ultimi dovranno probabilmente cambiare registro nell’immediato futuro, soprattutto se andasse in porto la causa intentata qualche settimana fa da Gregg Bennett, vittima di un attacco di SIM-swap, nei confronti dell’exchange di criptovalute Bittrex. La sua accusa nei confronti della piattaforma è quella di aver consentito la sottrazione di quasi 1 milione di dollari in Bitcoin. Ove i giudici reputassero fondata la sua accusa, la logica conseguenza sarebbe una corsa degli exchange a dotarsi di misure di contrasto alla criminalità informatica molto più stringenti di quelle attualmente utilizzate.

Attenzione al cryptojacking

Se l’attenzione è puntata soprattutto su frodi e furti di asset digitali, c’è però un altro pericolo di non poco conto che si va sempre più affermando sul web. Si tratta del cosiddetto cryptojacking, ovvero dello sfruttamento occulto dei computer di altri utenti per il proprio mining di criptovalute. Chi lo pratica porta avanti una strategia ben precisa: infetta cioè i terminali per mezzo di malware i quali vengono veicolati dalla posta elettronica oppure da alcuni siti predisposti all’uopo, consentendo l’utilizzo del computer colpito per l’attività di calcolo da parte di chi li invia.

La scoperta di Eset

Proprio alcuni giorni fa, è stato Eset, un provider slovacco di software antivirus, a scoprire la distribuzione di uno di questi programmi. In pratica i criminali informatici che si muovono dietro la botnet Stantinko distribuivano un malware di cryptojacking per il mining di Monero (XMR) utilizzando YouTube. In tal modo sarebbero già riusciti a colpire e infettare oltre mezzo milione di dispositivi.

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Dario Marchetti

Sono laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sul confine orientale d'Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ho collaborato con svariati siti su molte tematiche e guidato il gruppo di lavoro che ha pubblicato il CD-Rom ufficiale della S.S. Lazio "Storia di un amore" e "Storia fotografica della Magica Roma".

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